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ll mio viaggio in Russia, a conti fatti, si può riassumere con il nome di una persona: Alexander Baranov.

Tutto è ruotato attorno a lui in questi giorni. 
Ma procediamo per gradi, partendo dall’inizio…
Mi è stato affidato un ruolo importante, la prima presentazione della sessione del pomeriggio, chiamata keynote. Il lavoro che presentavo è frutto di una ricerca durata anni, di confronti continui con i miei docenti di Genova. Fino a due giorni prima di partire non avevo avuto il tempo di strutturare la mia presentazione, niente slides pronte, niente discorsi preconfezionati: il lavoro ed i preparativi per il matrimonio avevano sempre avuto la meglio. Preparo una dozzina di slides durante il viaggio in aereo. I concetti mi sono chiari da tempo, quindi non faccio fatica a sintetizzare la spiegazione in poche slides. La sera e la mattina seguente sono dedicati alla preparazione del discorso, mi chiudo in camera e ripeto continuamente il discorso, alcune frasi le imparo praticamente a memoria! 
Finalmente arriva il giorno della registrazione. Sbrigo le pratiche e la prima persona che incontro è Fillard, il responsabile dell’Insep di Parigi, che avevo già avuto modo di conoscere a Roma quando presentammo una relazione alla Scuola dello Sport. Facciamo due chiacchiere e man mano si aggiungono ospiti e relatori di diverse nazionalità: Russia, Giappone, Polonia, Francia, Canada e Guatemala. 
Ho la fortuna di essere tra il ristretto gruppo del “meeting committee”, il che mi da l’opportunità di partecipare alla cena informale del mercoledì sera, dove ho modo di cenare con Alexander Baranov e suo figlio, Ivan, CEO della Krion, l’azienda costruttrice di criosaune sponsor della conferenza. 


Avevo già sentito parlare di Baranov. Avevo letto qualcosa sul sito del rivenditore italiano delle sue criosaune, e quanto scritto sul sito non mi aveva mai convinto: si parla di Baranov come dell’autore dell’unico protocollo validato per le sedute di criosauna, si parla di lui e come autore di numerosi articoli scientifici; anche se, verificando su PubMed, non c’è traccia di un suo articolo pubblicato in lingua inglese, ovvero quella universalmente utilizzata dalla comunità scientifica.
La conferenza in sé mi ha deluso, infatti, a parte qualche presentazione particolarmente interessante, è stato un susseguirsi di slides e di elogi alla criosauna russa e un continuo denigrare le altre tecnologie, siano esse criosaune progettate in altri Paesi o criocamere atte ad accogliere più di una persona alla volta. Guelfi contro Ghibellini. Criosauna contro Criocamera. Russia contro Resto del Mondo. 
E’ la seconda volta che partecipo ad una conferenza sulla crioterapia sistemica, e per la seconda volta ne rimango deluso. Il business regna sovrano: la prima volta fu la Sapio a sponsorizzare la propria criocamera, denigrando la criosauna. A San Pietroburgo la Krion è andata oltre: non solo ha voluto denigrare la criocamera, ma anche qualsiasi altro tipo di criosauna. 
Ogni presentazione del gruppo russo, e ce ne saranno state almeno una decina, portava la firma di Alexander Baranov, fondatore della Krion, società che ha venduto, a detta sua, oltre 900 criosaune in tutto il mondo. Ogni relazione veniva esposta da studenti di Baranov, il quale, in tre giorni, non ha detto una sola parola in inglese. Per parlare con noi serviva l’aiuto dell’interprete. 
Il fondatore della Krion, organizzatore della conferenza, non parla in inglese: la cosa fa un pò specie… 



Le presentazioni del gruppo russo si basavano sul fatto che il loro protocollo fosse l’unico in grado di ottenere benefici, peccato che non è stato mai presentato un dato reale: solo modelli matematici! Il loro protocollo è basato su supposizioni e su calcoli con formule complesse, con costanti che non si capisce su che base vengano attribuite, ma non sulla base di dati sperimentali. Ogni domanda fatta ai singoli relatori russi, che durante la relazione leggevano la loro parte senza nemmeno aver articolato un discorso a braccio o quantomeno a memoria, veniva risposta da Baranov. Incredibile. Nonostante non avesse esposto alcuna relazione rispondeva a tutte le domande. Solamente lui poteva rispondere alle domande, e gli studenti muti. Rispondeva in russo e l’interprete traduceva. Tre giorni così: risposte vaghe, non supportate da dati reali.
Dopo che ho esposto la mia relazione, relativa ai benefici della criosauna sugli indici della qualità della vita in persone affette da fibromialgia, Baranov, ovviamente parlando in russo, mi ha chiesto che tecnologia avessi utilizzato per la mia ricerca.“Ucraina” gli ho risposto. Anche se non era la risposta che voleva sentire, in quel momento capii di averlo di averlo colpito. Infatti, poco dopo, durante la cena di gala si avvicinò a me con il figlio, l’interprete e il direttore delle vendite della Krion. Mi hanno chiesto di collaborare con la loro azienda, di aiutarli a scrivere degli articoli per loro. Mi sentivo come Rocky quando i russi iniziavano ad applaudirlo durante l’incontro con Ivan Drago. Forse qualcosa, nelle loro teste ottuse, si sta muovendo, pensavo. 


Secondo loro la chiave del successo del loro protocollo è che la temperatura cutanea, al termine della seduta di criosauna, raggiunge i -2°C. Io nutro dei dubbi sin dall’inizio, ovvero da quando avevo letto questa cosa sul sito del rivenditore italiano
Dati, servono dati. Questa frase viene ripetuta sia da Douguè che dalla Miller, due grandi persone, oltre che grandissimi ricercatori, presenti in sala. Decido così di tirar fuori il mio asso nella manica, la mia termocamera portatile. Sapevo che mi sarebbe servita. 



All’esterno della sala della conferenza è stata montata una criosauna Krion. Gli ingeneri della fabbrica sono presenti e fanno provare gratuitamente il protocollo Baranov. Io l’ho provato due volte. La prima volta non ho sentito molto freddo, loro mi hanno spiegato che l’azoto era quasi finito e la macchina non era così abbastanza performante. Per questo ho voluto provarla la seconda volta. Quando l’ho riprovata il mio amico Bouzigon mi ha misurato la temperatura cutanea all’uscita della criosauna e, come ipotizzavamo, siamo lontanissimi dal fatidico -2°C che Baranov e sudditi continuano a pubblicizzare. 
Dati, abbiamo i primi dati. Misuro la temperatura di un altro ragazzo, al termine del protocollo Baranov. I dati della sua temperatura cutanea sono identici ai miei, ovvero identici anche a quelli che si riscontrano con le altre tecnologie. Tre giorni di proclami politico-aziendali polverizzati con tre foto. Il protocollo Baranov, inteso l’unico al mondo in grado di arrivare alla soglia di -2°C, non esiste. Tre foto, sono bastate tre foto. 


Il primo pensiero è stato quello di voler fare aprire gli occhi agli studenti russi, un gregge che segue senza possibilità di replica, il depositario assoluto del sapere. Mi fanno un pò pena. Ma, da quel poco che ho visto, penso che sia tipico dei Russi, un popolo molto chiuso, dove non circola un immigrato per strada, dove non ci sono indicazioni in inglese o in caratteri latini. stanno bene da soli, senza contaminazioni e senza scambi culturali.

Questa esperienza mi ha insegnato tantissimo, soprattutto in termini di consapevolezza. La crioterapia deve andare oltre le mere logiche di mercato se vogliamo che venga apprezzata e consigliata come trattamento aggiuntivo per consentire a chi la fa di avere benefici in svariati ambiti. Bisogna studiare i protocolli, che probabilmente saranno diversi da una differente tecnologia con l’altra. Così come lo è per il tempo di cottura di una ricetta nel momento in cui si utilizzi la cucina a gas o ad induzione. L’importante è che il piatto sia buono e che il cibo sia cotto come lo vogliamo noi. Son consapevole che possiamo fare tanto come Working Group, che posso dare un contributo importante in questa tavola rotonda. Mi impegnerò a farlo

Ho riscoperto che la cultura ed il confronto sono alla base di tutto. Guelfi e Ghibellini si sono scornati centinaia di anni fa. Qualche lezione dovremmo averla appresa ormai. 
Ringrazio Baranov, non solo per le cene che ci ha offerto e per il giro in barca tra i canali di San Pietroburgo, ma per avermi fatto capire quanto sono fortunato a fare di lavoro una cosa che amo. Ma soprattutto perché la faccio con spirito critico, libero. Ecco, dopo questa esperienza mi sento libero. Libero di confrontarmi, di studiare, di fare domande e di cercare risposte. Libero di scegliere. Libero di sbagliare. Libero di cercare di trarre il meglio dalle mie risorse e dalle tecnologie che ho a disposizione.

Lavorerò per cercare di capirne sempre di più sulla crioterapia. E ci lavorerò con un gruppo di ricercatori, di amici, di persone libere e aperte ad ogni tipo di risultato che i numeri che raccoglieremo faranno emergere.

Non sarà facile, ma ci riuscirò. Ci riusciremo.


If it was easy, everyone should have done it!

Massimo De Nardi

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